13 Settembre 2020

Ciclismo Giovanile a Massa Finalese


29 & 30 Agosto 2020

49' Coppa Citta di Formigine




Storie di ciclismo modenese


NELLO TROGI



 

Storia di un campione dimenticato

 

Nello Trogi nasce a Piandelagotti (Frassinoro - Mo) nel 1912.

 

Sappiamo così poco della storia di questo ciclista, volutamente dimenticato, caduto nell’oblio verso la fine della seconda guerra mondiale.

Tante le domande che rimangono sospese.

 

Chissà come inizia il suo percorso in sella alla bicicletta. Chissà quale scintilla lo spinge a praticare uno sport poco comune in un paese di montagna, dove forse dedicarsi allo sci potrebbe aprire a maggiori possibilità. E ancora chissà quale spirito lo spinge a pedalare fino ad affermarsi nell’ambiente dei professionisti.

 

Riusciamo a tracciare alcune tappe della sua vita grazie a vecchi documenti che ci suggeriscono l’itinerario da lui seguito. Il trasferimento nella città francese di Marsiglia nel 1930 lo fa entrare in contatto con una realtà diversa e, possiamo immaginare, stimolante. Qui lavora nell’azienda tranviaria cittadina e al tempo stesso si iscrive al

Vélo Club Estaque. Non ha intenzione di mollare la passione per lo sport del pedale.

 

In un paio d’anni le sue doti di scalatore iniziano a farsi notare. Si distingue in alcune competizioni locali riservate alla categoria debuttanti e si classifica quinto alla gara del Monte Faron. L’anno 1934 vede la sua partecipazione alle gare nazionali francesi. Si apre la sua carriera da professionista.

 

Ben presto cambia società e veste maglia italiana correndo per la U.S. Italia di Tolone. Nel 1935 porta a casa

la vittoria nel Giro di Corsica, gara di nove tappe dove emerge brillantemente. Sarà solo un paio d’anni dopo che Trogi correrà in terra italiana. Si iscrive al Giro d’Italia del 1937 dove gareggia con campioni come Gino Bartali

e taglia da vincitore il traguardo nella prima tappa, la Milano-Torino.

È il primo modenese a vestire la maglia rosa.

 

Il 1938 è invece l'anno in cui partecipa al Tour de France dove si classifica nella 54° posizione. Grazie ad un vecchio video ritrovato solo nel 2019, sappiamo che Nello corre anche al Giro d'Italia del 1940 con la maglia della squadra francese Lygie. Lo testimoniano alcune immagini dove si scorge lo stesso corridore.

 

Le imprese di questo scalatore si stanno riscoprendo e riconoscendo solo da pochi anni a questa parte.

Il motivo di questo oblio voluto risale ai tempi del secondo conflitto mondiale. È sul finire del 1943 quando Trogi rientra a Piandelagotti. Il clima che si respira è instabile e il sentimento di sospetto è diffuso tra i popoli. Siamo nel pieno della guerra civile, dove da un lato i nazifascisti cercano di difendere i territori conquistati e dall’altra

i partigiani si organizzano per tutelare la loro terra.

 

Qui, Nello si cura della piccola palestra del paese, probabilmente per poter inseguire ancora il suo sogno di corridore una volta terminato il conflitto. La palestra è però ufficialmente proprietà di un’organizzazione del regime fascista, la Gil, Gioventù Italiana del Littorio. Particolare, questo, che non sfugge ai partigiani che nel giugno del 1944 lo fanno prigioniero e lo uccidono a Villa Minozzo.

 

Per anni il suo nome è stato solo sussurrato contribuendo a cancellare dalla memoria la storia di un promettente campione e la vita di un uomo che, purtroppo, è tornato in patria al momento sbagliato.

 

 

 

Elisa Costanzini 

 

 


ALFONSINA STRADA



 

La pioniera delle due ruote

 

Alfonsa Morini, meglio conosciuta come Alfonsina Strada, nasce a Castelfranco Emilia (Mo) nel 1891.

 

La sua vita è una interminabile corsa in cui si distingue per coraggio e determinazione in aperta sfida con le convenzioni sociali dell’epoca.

Doti, queste, che le permettono di affrontare il lungo percorso che contribuirà a far entrare il suo nome nella storia del ciclismo italiano.

 

Il “diavolo in gonnella”, così soprannominata dalla gente dei paesi limitrofi che la vedono sfrecciare con la sua bicicletta, conosce questo mezzo grazie al padre Carlo, umile contadino che compra un malandato catorcio dal medico del paese.

Il contatto con i pedali accende immediatamente in lei la passione che in breve si trasforma in un vero e proprio interesse sportivo. Partecipa infatti a diverse gare locali di nascosto dai suoi genitori e nel 1911 stabilisce il record mondiale di velocità femminile.

 

Venuti a conoscenza della sua segreta attività sportiva, i genitori ne ostacolano il percorso e la indirizzano verso

la via del matrimonio. Sarà proprio il matrimonio con Luigi Strada a segnare un’altra importante tappa della sua vita. Uomo di ampie vedute e amante del ciclismo, il marito sostiene e incoraggia lo spirito agonistico della moglie, diventando suo attivo sostenitore e allenatore. Non a caso, come regalo di nozze, le dona una bici da corsa.

 

È il 1917 quando Alfonsina partecipa ufficialmente alla sua prima competizione sportiva sfidando atleti di sesso maschile. La sua iscrizione al Giro di Lombardia non passa inosservata e solleva commenti ostili nell’ambiente.

La ciclista però dimostra grande tenacia durante il tragitto lungo ben 204 chilometri: taglia il traguardo a un’ora e mezza dal vincitore, mentre una ventina di atleti si ritireranno.

 

L’anno successivo si iscrive nuovamente al Giro di Lombardia. Anche questa volta si distingue per la sua caparbietà: si classifica penultima a 23 minuti, superando allo sprint il comasco Carlo Colombo.

La “Regina della pedivella”, questo il suo nuovo soprannome, inizia a farsi notare e a guadagnare la stima di numerosi campioni maschili del ciclismo, tra cui Girardengo. 

 

Alfonsina però desidera raggiungere nuovi traguardi e nel 1924 viene accettata la sua iscrizione al Giro d’Italia.

È la prima donna in assoluto. La sua ammissione è contornata da non pochi dubbi e polemiche, ma quell’anno

il Giro fatica a trovare iscritti. Alcuni dei campioni più famosi, infatti, disertano la corsa in segno di protesta contro gli organizzatori per ragioni economiche. La manifestazione viene quindi aperta anche ai corridori senza squadra. Una possibilità in più, che la Regina non si lascia scappare.

 

La notizia della sua presenza sarà tuttavia tenuta in sordina fino al giorno della partenza della competizione.

Ma già nelle prime tappe Alfonsina si distingue per la sua determinazione, suscitando interesse, curiosità e ammirazione, cosicché ben presto tutta Italia è a conoscenza di questa grande pioniera del ciclismo femminile.

  

Come riporta Silvio Zambaldi ne “La Gazzetta dello sport” del 14 maggio 1924:

 «In sole due tappe la popolarità di questa donnina si è fatta più grande di quella di tutti i campioni assenti messi insieme. Lungo tutto il percorso della Genova-Firenze non si è sentito che chiedere: – C’è Alfonsina? Viene? Passa? Arriva? A mortificazione dei valorosi che si contendono la vittoria finale, è proprio così. […] D'altronde a quale scopo, per quale vanità sforzarsi d'arrivare un paio d'ore prima? Alfonsina non contende la palma a nessuno, vuole solo dimostrare che anche il sesso debole può compiere quello che compie il sesso forte.»

  

Alfonsina riesce sempre a tagliare il traguardo, anche nella sfortunata tappa L’Aquila-Perugia in cui, complice la pioggia insistente e il forte vento, è vittima di forature e brutte cadute. In una di queste rompe anche il manubrio, ma grazie al suo spirito battagliero lo ripara con un manico di scopa e dello spago.  Purtroppo però il suo arrivo

a destinazione è fuori tempo massimo e tra i membri della giuria si scatena un forte dibattito riguardo alla posizione della ciclista: c’è chi vuole farla proseguire nella competizione e chi invece vuole estrometterla.

Si arriva allora ad un compromesso: la Regina può proseguire la corsa, ma in via ufficiosa. I suoi tempi, quindi, non saranno conteggiati ai fini della classifica.

 

Alfonsina non si scoraggia e prosegue il Giro nel rispetto degli orari e dei regolamenti dettati dalla gara.

All’arrivo di ogni tappa è sempre accolta con entusiasmo e calore dagli spettatori e fortemente acclamata quando passa per la sua nativa Emilia. L’arrivo a Milano, tappa finale, è un vero trionfo: Alfonsina fa parte di quei trenta corridori che concludono il Giro d’Italia. Alla partenza i concorrenti erano 90.

    

Negli anni successivi le sarà impedito di iscriversi al Giro, complice anche il diffuso maschilismo dell’epoca. Percorre ugualmente qualche tappa della gara in via non ufficiale e conquista sempre maggiore ammirazione

tra ciclisti famosi e giornalisti. La bicicletta continua a fare parte della sua vita e vince altre 36 corse sfidando colleghi uomini. Nel 1934 partecipa al primo campionato del mondo femminile, seppur non riconosciuto ufficialmente, classificandosi quindicesima, mentre l’anno seguente, all’età di 44 anni, si aggiudica a Longchamp

il record femminile dell’ora: 35,28 km percorsi in 60 minuti.

  

Rimasta vedova si risposa con l’amico Carlo Messori, ex ciclista. Insieme aprono un negozio di biciclette,

con annessa un’officina di riparazione, a Milano. Non ancora decisa ad appendere la bici al chiodo corre e vince la sua ultima gara all’età di sessantacinque anni, su un circuito per veterani a Nova Milanese.

  

Il 13 settembre del 1959 termina la sua corsa più importante. Partecipa come spettatrice alla competizione ciclistica della Tre Valli Varesine; rientrata a casa è colta da un malore a cui non riesce a sopravvivere.

Rimane il vivido ricordo di una donna che ha saputo mordere la strada e la vita stessa.

 

 

Elisa Costanzini


NINO BORSARI



 

L'uomo dell'oro olimpico a Los Angeles

 

Nino Borsari nasce a Villa Motta (Cavezzo - Mo) nel 1911.

 

Il suo incontro con la bicicletta è inizialmente dettato da un fattore di necessità.

Di origini povere, lavora come garzone per una farmacia, utilizzando come mezzo per le consegne dei medicinali proprio la bicicletta.  

 

Ma con le due ruote crea un legame che va oltre la semplice finalità lavorativa.

 

Lo scopre quando, un giorno, si imbatte in una squadra di ciclisti professionisti

di passaggio per il paese di Villa Motta. Qualcosa scatena in lui il desiderio di inseguire questi ciclisti. Giocoso spirito competitivo? Non sapremo mai cosa lo mosse in realtà, ma sappiamo

che per questa sua iniziativa si fa notare dalla squadra, tanto da ricevere in regalo una bicicletta da corsa.

 

Un aneddoto, questo, che apre la strada alla sua carriera ciclistica, durante la quale vince numerosi premi tra cui la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932 nella specialità dell’inseguimento a squadre.

Al suo ritorno i cittadini di Cavezzo gli costruiscono un velodromo in terra battuta per dargli la possibilità di allenarsi in tranquillità. Il velodromo Nino Borsari, inaugurato nel 1934, è tuttora l’unico attivo nella provincia

di Modena.

  

In quegli anni Borsari gira il mondo in tournée ciclistiche che lo portano a correre prima in America e poi

in Australia, contribuendo ad affermare il suo nome e la sua fama anche oltre oceano. Nel 1939 però, proprio

in occasione della Centenary Cycling Road Race, gara a cui partecipa diverse volte in Australia, la sua vita imbocca una nuova strada. A causa dello scoppio della seconda guerra mondiale gli viene impedito di rientrare in Italia: bloccato dalle autorità, viene internato. L’intervento a sua difesa di alcuni sportivi australiani gli permette

di ottenere la libertà, nonostante si debba rassegnare ad attendere il termine del conflitto mondiale prima di poter tornare in patria.

 

Si dedica così a riparare biciclette. La sua attività, che dapprima si svolge in un sottoscala, si amplia con l’apertura di un piccolo negozio a Melbourne, il Borsari Cycles, in cui importa anche le biciclette prodotte dalla Bianchi, sua ex squadra. Grazie alla sua fama e al rispetto conquistato presso i cittadini di Melbourne, diventa persona di riferimento anche per i nuovi immigrati italiani.

  

Nino Borsari si stabilisce in modo permanente in Australia, dove non esita ad aiutare e sostenere il governo nella promozione del ciclismo, organizzando competizioni e fondando il club ciclistico dello Stato di Victoria.

  

Grazie alla testimonianza di una cartolina, sappiamo che la sua ultima visita a Cavezzo, suo paese natale, risale al 1983. Muore a Carlton, Australia, nel 1996.

  

Una vita, la sua, dedicata alla passione della bicicletta e dello sport nelle sue diverse espressioni.

 

 

Elisa Costanzini

 




Come da Decreto Ministeriale, si informa che le gare in programma sul territorio Modenese sono attualmente annullate.





I valori dello sport

 

Pensate alla parola sport. Quali immagini vi propone la vostra mente?

Con molta probabilità le prime immagini sono associate all’attività che praticate, al “vostro” sport. Forse state pensando agli sport che seguite, che vi appassionano, di cui siete tifosi. Poi magari, andando oltre con la mente, vi viene spontaneo mettere in relazione la parola sport all’idea di forma fisica, di benessere, di divertimento, di corpo forte e sano. E così via con altre possibili infinite rappresentazioni ed associazioni.

E se provassimo invece a concentrarci su un diverso concetto di sport?

Se provassimo a considerarlo come una possibile scuola di vita?

Ma come può un’attività sportiva, che prima di tutto è gioco, divertimento e piacere portare ad una tale riflessione?  

 

Magari proprio giocando con la parola stessa potremmo riuscire a trovare nuovi, diversi, insospettabili significati. Prendiamo allora l’acrostico di sport e vediamo cosa succede.

 

S come Salute:

Praticare sport dona un beneficio sia fisico che mentale. Una costante e misurata attività sportiva incentiva a conoscere e a prendersi cura del proprio corpo. Ad attivare una vera e propria azione preventiva e protettiva riguardo i problemi fisici che con il passare del tempo si possono manifestare. Anche l’attenzione dal punto di vista alimentare, se abbinata al movimento, può favorire un buon equilibrio calorico e una forma fisica davvero salutare. Dal punto di vista della salute mentale permette di scaricare stress e tensioni accumulate nella giornata e di ricaricarsi con nuova energia. Se poi l’attività sportiva si svolge all’aperto, il contatto con la natura, i colori, i profumi e in particolare la luce stimolano le percezioni sensoriali.

 

P come Passione:

La passione è fondamentale nello sport come nella vita. Innesca in noi la voglia di porci nuovi obiettivi da raggiungere, di superare noi stessi e i nostri limiti, di accettare con entusiasmo la dedizione e l’impegno che servono per realizzarli. La passione è il motore che ci fa sentire vivi, pieni di energia, stimolati, ripagati degli sforzi e dei sacrifici sofferti. Aumenta la fiducia in noi stessi, la voglia di metterci alla prova, di confrontarci, di migliorarci.

 

O come Orientamento:

L’attività sportiva permette di entrare in contatto profondo con se stessi. E’ una mera presa di coscienza del proprio corpo e delle sue funzionalità, delle caratteristiche fisiche e anche comportamentali che ci appartengono. E’ un modo di sentirci con il nostro corpo e di viverlo sperimentandolo. Lo sport ci rende consapevoli delle nostre scelte, delle nostre capacità e dei nostri limiti. Ci insegna a riconoscere gli atteggiamenti e le reazioni che sviluppiamo di fronte a situazioni di vittoria o di sconfitta e a lavorare su noi stessi per superarci. Educandoci alla conquista di una nostra identità diventa un vero e proprio valore necessario anche nella quotidianità per orientarci nella vita con le sue salite e le sue discese.

 

R come Rispetto:

Il rispetto è uno dei valori fondamentali che sono alla base di qualsiasi disciplina sportiva così come nella vita di ciascuno. Imparare a rispettare se stessi, ad ascoltare il proprio corpo, ad accompagnarlo ad un allenamento graduale, aiuta ad accettare le proprie soglie. Lo sport costruisce relazioni, insegna a stare in gruppo, a condividere spazi, attrezzi, punti di riferimento e pratiche precise. Tutto ciò comporta la messa in gioco di valori etici, di rispetto verso i compagni di squadra, gli avversari e i preparatori sportivi. Praticare uno sport educa quindi a sentimenti di lealtà e di integrità morale, valori a cui fare riferimento anche nel nostro vivere quotidiano e nel nostro crescere.

 

T come Tenacia:

La tenacia è determinazione, è forza di volontà, è il coraggio di non mollare davanti alle difficoltà e alle sconfitte. E’ riuscire a superare l’insuccesso ricaricandosi con nuova forza ed energia, è la voglia di combattere, di credere in se stessi, di porsi nuovi obiettivi. E’ la motivazione che ci spinge a fare del nostro meglio, anche nelle situazioni in cui la partita o la gara è già compromessa, perché questo non significa arrendersi, anzi vuol dire prepararsi per dare ancora di più.

 

Ecco allora come ciascuno dei valori descritti ci educa nello sport, come nella vita.

 

“Lo sport non costruisce la personalità. La rivela”.

 

(Heywood Hale Broun)

 

 

Grazie ad ELISA COSTANZINI. 

Amica del Ciclismo e dello Sport...



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